LA GRANDE MADRE

LA GRANDE MADRE
Riconducendoci all’archetipo numerologico la Grande Madre vive in tutti gli archetipi poiché generatrice di tutti gli archetipi nonché dello stesso maschile.
La figura archetipica della Grande Madre è l’Uroboro (figura a fianco) che genera da se stessa il maschile, ovvero la coscienza. La Grande Madre è stata la prima rappresentazione della divinità, essa era simboleggiata dalla notte, dall’oscurità, dal silenzio, la terra, la materia. La Luna ha valenze sia come femminile, ma un femminile cosciente poiché unica figura numinosa nella notte oscura, e rappresenta il risveglio dell’Io. L’uroboro rappresenta l’unione originaria, quel “paradiso terrestre” che perdemmo a causa del risveglio della coscienza. Nell’uroboro il maschile e il femminile, conscio e inconscio, dentro e fuori, bene e male, io e tu, spirito e materia sono indifferenziati, è quella unione che viviamo i primi istanti di vita. L’inconscio collettivo contiene l’epoca pre infantile, i residui della vita ancestrale in quanto contenuti relativamente vivi. Come sedimento dell’esperienza ed a priori dell’esperienza stessa, rappresenta un’immagine del mondo formatasi nel corso dei millenni. Per quanto riguarda l’anatomia del cervello, la Madre è rappresentato dall’emisfero destro (L’es) che è collegato alla parte sinistra del corpo e alla materia.
L’archetipo femminile-materno ha due diramazioni:
 Femminile elementare
 Femminile trasformatore
1. femminile positivo
2. femminile negativo
3. femminile elementare positivo
4. femminile elementare negativo
5. femminile trasformatore positivo
6. femminile trasformatore negativo.
L’elemento femminile per eccellenza è il vaso. Secondo la kabbalah, il femminile è il vaso che accoglie lo spirito e a sua volta fa azione di pro-attività affinché generi il maschile. L’essere umano, uomo o donna che sia, è un vaso per sua natura è femminile.

LA MADRE ELEMENTARE POSITIVA

LA MADRE BUONA
Il vaso è un contenitore rotondeggiante, una specie di sfera, che racchiude in sé il simbolo di mondo, inteso come area circoscrivibile, in grado non solo di accogliere, ma di definire gli ambiti del reale. Come avviene nelle accezioni intuitive e simboliche, il vaso è simultaneamente una metafora del corpo e del mondo di fuori, diventando bordo dell’universo e concezione della realtà. Oltre il suo limite c’è l’ignoto, forse il nulla. Il corpo-vaso è una realtà in perpetuo farsi e in perpetuo divenire, perché nel suo spazio interno germina la vita e l’oggetto eventualmente espulso dalla sua cavità è perduto. I contenuti custoditi nelle sue viscere oscure sono molteplici e misteriosi e lo rendono sede simbolica, oltre che del limite del mondo e della disponibilità ricettiva, delle funzioni mentali inconsce. Il vaso-pancia si trasforma così in un vaso-testa nei cui recessi trovano ricetto i fantasmi della mente, i vissuti intimi, tutto ciò che è nascosto alla vista. La donna è psiche celata, interiorità che conosce il dentro dell’anima e tesse i fili inesauribili del fantasticare, ossia i processi mentali che si svolgono al buio, nella notte, nei sogni.
zona ventre: grembo oscuro, sotterraneo, affine al grembo della terra (altro grande
simbolo materno), agli inferi, alla notte, al precipizio, alla voragine e all’abisso. Da
quanto emerso si nota il continuum progressivo da realtà positive e vitali ad altre legate
al senso della morte, del pericolo e dell’angoscia. L’enantiodromia degli opposti è
chiaramente presente.
zona seno: il bicchiere, la coppa, il bacile, il calice e tutti i recipienti aperti
rappresentano la funzione del nutrire nel senso di dare, porgere, offrire; in primo luogo
il latte per il mantenimento in vita, in seguito le bevande dell’ebbrezza. La coppa, da cui
si assume una sostanza nel proprio corpo, è simbolicamente offerta dalla donna e
acquista un pregnante significato trasformatore. Qualcosa passa da una persona all’altra,
creando un legame e un mutamento.
Altri simboli della madre:
il vaso d’acqua: simbolicamente la donna possiede due tipi di acqua: quella sotterranea
e terrestre, che corrisponde al flusso uterino legato al mestruo e al parto, e quella che
scende dall’alto come acqua celeste che rappresenta il flusso del latte. Vedi la dea
egiziana Hathor, mucca celeste, e il mito della Via lattea legato a Era;
il calderone-utero: il forno, la storta, il crogiolo rappresentano simbolicamente le
funzioni metamorfiche dell’utero che plasma e forgia la sostanza e la forma degli esseri
viventi, assumendo frequentemente il significato di strumento per il cambiamento
mentale e spirituale, incluso il mito della rinascita;
la montagna-caverna: molti dèi sono nati in una caverna. È frequente nella varie
culture l’adorazione di pietre e di montagne sacre (Cìbele ecc..). La caverna offre
rifugio e rappresenta lo spazio contenitore, che si amplia fino a implicare invenzioni
complesse e articolate come la capanna, la casa, il villaggio, la città cinta di mura e, a
coronamento culturale, il tempio, in particolare il suo interno – il naòs. Anche quando
l’officiante è un uomo, i penetrali del tempio sono legati ai valori femminili; l’accesso è
sotto tabù, salvo che per il sacerdote;
la porta-dolmen: una delle rappresentazioni più frequenti della Grande Madre è la
porta – accesso all’utero – o il dolmen costituito da due pilastri verticali chiusi da uno
orizzontale;
la melagrana: frutto sacro alla dea madre Era, che racchiude in sé infiniti semi, è da
sempre simbolo di un utero di perenne fertilità;
la cornucopia: è l’esaltazione di un utero fecondo, illimitatamente ricco di risorse.
Simboleggia il desiderio di poter disporre di una madre ricca e potente;
la conchiglia: rappresenta il genitale femminile nei due versanti della fertilità e della
seduzione;
la civetta: è ritenuta simbolo femminile per la forma uterina del suo corpo;
Il rapporto originario della madre nell’evoluzione dell’uomo L’evoluzione dell’uomo e il rapporto con la madre non è differente dell’evoluzione dell’io dall’inconscio.
Nel primo anno di vita, il bambino pur essendo fuori fisicamente dal grembo materno, l’io e la coscienza vivono ancora nel grembo del Sé materno analogia del grembo archetipico materno, ed esso vive come se fosse ancora fisicamente nel suo grembo. Nell’evoluzione psichica l’inconscio è il primo elemento che appare, mentre la coscienza è un fatto secondario. Il sé invece che è l’Uroboro che è la totalità dell’esperienza psichica dell’individuo esiste a priori. Lo sviluppo dell’io dipende dall’inconscio e dal Sé. Quando la Madre si distacca del sé, il Sé diventa il Padre, ancora inconscio all’interno della psiche. Il rapporto che si ha con il sé è lo stesso che ha il padre con il figlio. (Dio- Cristo). Come abbiamo detto, inizialmente il bambino appena nato vive ancora una gestazione extra-uterina, ovvero, il corpo pur non essendo nell’utero materno, il suo Io e il suo Sé sono ancora Utero-psiche materno, come anche la prima esperienza psichica è l’inconscio il quale simbolismo è legato alla Madre, esso è l’esperienza archetipica dell’utero materno. Dopo la nascita, la primissima esperienza di sé è il “Sé corporeo” in cui il bambino comincia ad avere una percezione del corpo, con il freddo all’uscita del grembo, dopodiché nasce l’inconscio. Solo dopo il primo anno possiamo cominciare a parlare di un io infantile. Archetipicamente l’io del bambino è contenuto dall’uroboro e la madre che lo circonda è per il bambino contemporaneamente il vaso che lo contiene e il mondo. L’unione del rapporto originario è cosmica e transpersonale perché il bambino non possiede né un io solido né un’idea definita del proprio corpo, archetipicamente anche la madre vive la stessa unione cosmica del bambino. La madre si sente uno con il suo bambino e il sé del bambino è il sé della madre. Analogamente questo aspetto, è lo stesso che avevano i primi uomini primitivi e il loro rapporto con la terra. Il bambino in questo stadio è come
Adamo nel paradiso terrestre, la prima cosa che appare dopo la nascita è l’inconscio, il femminile, Eva ed è la stessa Eva, che per analogia è il mondo esterno è sedotta dal serpente/coscienza/io a mangiare il frutto della conoscenza del bene e del male, uscendo così dal nostro stato originario di simbiosi con la madre e qui iniziamo a verificare e a sperimentare la dualità.
Solo dopo un anno, infatti, il bambino comincia ad avere un sé individuale, seppur indipendente dalla madre. Nella dicotomia “adulta” esiste la dualità dell’Io e del Tu. L’io sperimenta il sé in quanto opposto (Dio/Padre) che si manifesta all’interno della psiche, come centro del sé, ed esternamente l’inconscio come Mondo (vivendo la dualità in sé stesso), oppure come proiezione di un’immagine archetipica. Viviamo il mondo come fuori e come inconscio perché così fa comodo all’io, così può proiettare tutto sulla “matrigna/fuori” e non sulla “madre/dentro”.
Nelle celebrazioni religiose hanno sempre abbondato i vasi sacri per i più diversi rituali.
Il simbolo per eccellenza della femminilità è onnipresente e acquista via via significati sempre più vasti ed elaborati. Nei reperti archeologici sono frequenti recipienti panciuti al cui centro compare un cerchio che rappresenta sia il genitale femminile sia l’ombelico. È il luogo primordiale della nascita e simboleggia la centralità di tutto ciò che esiste nella sua circonferenza; molti templi e santuari (di Gerusalemme, di Delfi ecc..) si ritenevano l’ombelico del mondo. Il riferimento all’ombelico aveva la funzione di mantenere la memoria del legame simbiotico prenatale. Sempre a scopi rituali erano comuni i vasi con spirali di serpenti al loro esterno; l’interno riproduceva il corpo femminile, mentre il maschile generatore era raffigurato sulla superficie. Erano ricorrenti anche immagini di sacerdotesse che tenevano il serpente in braccio o avvinghiato al corpo. Le produzioni fittili primitive erano materialmente opera femminile, corrispondevano in modo stringente al fare concreto della donna, che crea materia – carne – nuova. “ L’arte della ceramica è un’invenzione femminile. Il vaso originario è la donna. Presso tutti i popoli primitivi l’arte della ceramica si trova nelle mani femminili; solo sotto l’influsso di una cultura avanzata (patriarcale) essa può diventare un’occupazione maschile. In nessuno dei luoghi in cui esiste una manifattura aborigena di ceramica si registra una partecipazione maschile.”
Le prime statue religiose create dall’umanità rappresentano figure femminili; sono terrecotte delle Veneri dette steatopigie, cioè dai glutei grassi, ritrovate dagli archeologi nelle più differenti culture. I reperti più antichi risalgono a 20.000 anni fa. Hanno gambe cortissime e un addome estremamente sviluppato: mammelle vaste e pesanti, pancia prominente e glutei enormi. La testa è piccola, quasi non avesse una funzione significativa; il compito della dea era la generazione per la perpetuazione della vita sulla terra, che scongiurava il predomino della morte.
Anche in epoche molto più evolute (cultura greca, metà del VI secolo a.C.), quando l’arte plastica aveva già conosciuto un grandioso sviluppo formale, rimane viva la celebrazione della fertilità femminile, che ha la sua rappresentazione più celebre nella statua dalle molte mammelle di Artemide, originariamente collocata nell’omonimo tempio di Efeso. Un’altra rappresentazione del femminile materno dominante è quella donna in trono mentre allatta o tiene in braccio un infante (Mater Matuta).Il trono è un grande simbolo femminile, come la più modesta sedia; che si compone strutturalmente di gambe, di un sedile, di uno schienale e di braccioli, ossia di parti corporee sistemate in modo da contenere e abbracciare. Sul trono siede la dea-madre ferma, radicata, eterna. È la rappresentazione compiutamente espressa della donna-terra, della perpetuità del suo essere e della sua potenza; in una posa statica e saldissima (il trono è abbarbicato alla terra), essa espone il bambino come frutto e segno della sua realtà di generatrice di vita e quindi di baluardo contro la morte. Il bambino è parte della donna, appendice del suo corpo; è un bambino-pene, in perpetua dipendenza dal femminile.
Nelle celebrazioni di incoronazione i re si siedono in trono, ossia ricevono la pienezza del potere terreno dalla donna. Nella cultura cristiano-europea come quella egizia è presente ovunque l’immagine della Madonna/ Iside in trono; in questo caso essa non è solo madre-terra elementare, ma generatrice del figlio divino, del bambino-luce, in un’unione gloriosa degli elementi femminili – terra, acqua – con quelli maschili e spirituali – aria, fuoco.


LA MADRE ELEMENTARE NEGATIVA

LA MADRE TERRIBILE
La grande madre terribile è una esperienza interiore. Nella concretezza, la madre, può essere affettuosa e piena di premure, ma nel nostro inconscio può esistere l’immagine della madre terribile. La madre, in queste immagini inconsce, non è una creatrice, ma una distruttrice, non più una generatrice di vita, ma una dispensatrice di morte. La madre che divora i suoi figli. Questo archetipo è diventa concreto, quando una società assoggetta in modo subdolo i suoi cittadini, quando una religione assoggetta i suoi fedeli, quando un’istituzione scolastica monopolizza la cultura quando la giustizia non è equa e priva la libertà intellettuale dell’individuo. È il dogma. Nell’accezione umana è l’infanticidio. Quando la madre, l’insegnante, il prete/la suora o altra figura genitoriale o istituzione genitoriale abusa di un minore, qualunque istituzione che dovrebbe “donare, allevare, accogliere, crescere e conservare” la cultura, l’educazione, la spiritualità è corrotta e si “nutre” della “prole”. La “madre terribile” si esprime in una miriade di simboli, il più frequente dei quali è quello della strega (ogni cultura ne ha qualcuna). Altre raffigurazioni sono le lamie, la fame e la carestia, l’abisso infernale, il precipizio, la gola profonda, le sensazioni di pericolo, di morte, di grembo oscuro soffocante. L’utero di vita diventa utero di morte, che nasconde, rinchiude, trattiene, seppellisce. Riappare la congiunzione degli opposti, in questo caso la culla è simultaneamente anche bara. Negli antichi miti le dèe della vita sono anche dèe della morte, della guerra, della caccia, talvolta anche della peste. Il femminile che nutre esige sangue con cui nutrire il suo corpo per le prossime generazioni e lo beve dalle sue creature, in una catena incessante di vinta e distruzione. La terra che nutre è anche terra affamata, che divora i suoi figli e l’utero un bacino di seme e di sangue, che produce vita e morte in un ciclo eterno. L’immagine femminile è divenuta anche una concezione del mondo. A livello individuale ogni bambino si crea anche una mamma di morte in contrapposizione a quella di vita; tutto ciò che è collettivo è sempre in primo luogo esperienza personale.
La cultura indù ha rappresentato questa realtà terrifica nel mito della dea Kali. Essa, detta l’oscura, il tempo divoratore, la signora incoronata di ossa, il luogo sacro dei teschi, viene celebrata in molti riti d’indicibile orrore.
I simboli della madre terribile
La tomba: il vaso di vita si capovolge in vaso di morte, in recipiente in cui il corpo
umano si decompone fino alla sua completa scarnificazione. L’utero-casa-culla diventa
l’utero-bara. Non sempre questa rappresentazione è sadica e malvagia. La visione della
madre terra che custodisce il morto in un perpetuo riposo e pace nelle sue viscere è
spesso fonte di consolazione e di sentimenti non negativi. In queste rappresentazioni la vita e la morte coincidono attraverso la mediazione del sonno, su cui la madre stende la sua custodia. La madre abbraccia pietosamente la creatura che aveva creato e la richiude
teneramente in sé. Soggetti molto regressivi coltivano e accarezzano intensamente la
rappresentazione di sé come dormienti – embrioni – nel ventre della madre. Nella nostra
cultura quest’immagine è espressa nelle scena della cosiddetta Pietà, dove una madre
buona – la Madonna – riprende dolcemente dentro di sé il Figlio buono. Complesse
elaborazioni culturali hanno poi rappresentato il sonno della morte come fase di
passaggio per la rinascita, come una gestazione di grado superiore che può portare
all’immortalità. (Vedi sempre l’enantiodromia archetipica). L’uso di molte culture di
conservare le ceneri nei vasi funerari conferma l’interpretazione della donna come vaso
della generazione;
 l’oscurità: si tratta di un viaggio a ritroso nel ventre della madre, viaggio sentito il più
delle volte con un profondo senso di morte e di annullamento della coscienza e di
perdita del contatto con l’ambiente. La madre riporta il figlio a uno stadio prenatale,
percepito non come fase di pace e di protezione, ma di annientamento della vita dopo
l’esperienza della nascita, di negazione della coscienza e della luce. La madre si pente di
aver messo alla luce il figlio e lo vuole riprendere dentro di sé per ridurlo a suo
possesso. Da collegare miticamente anche con il viaggio notturno del sole che conosce
la morte e che ritorna in vita solo dopo aver ucciso la “madre terribile”;
l’abisso: paragonato a un genitale femminile oscuro che porta all’indietro ciò che ha
partorito, è spesso concepito come precipizio senza fondo, come caverna, come entrata
in un buco che fa sprofondare nella voragine, negli inferi, nel vuoto. È una
rappresentazione frequente in soggetti che sentono la donna come datrice di morte e
come realtà infida e distruttiva;
il nulla: è una variante dell’abisso, la caduta senza fine nella voragine è una caduta nel
vuoto del nulla, fuori di quel bordo del vaso di vita che divideva il cosmo dal caos. Ora
il genitale è sentito invece come porta del nulla;
 la fame e la carestia. Nelle fiabe ci sono molte immagini della mamma che non ha più
nulla da mangiare per sfamare i suoi figli. Sebbene non si debbano escludere
reminiscenze ambientali di diffusa miseria, il significato va oltre i dati di fatto per
assumere radicali significati simbolici. L’immagine della donna macera, consunta dal
digiuno e ridotta a un mucchio d’ossa, rappresenta la madre-morte incapace di nutrire la
prole. La raffigurazione racchiude complessi significati di colpa, espiazione e
distruttività proiettata;
 la Gòrgone Medusa: era una delle tre figlie, e l’unica mortale, di Forco e di Ceto. Di
aspetto orribile, aveva una capigliatura di serpenti, zanne di cinghiale, mani di bronzo e
ali dorate. Il suo sguardo terrificante pietrificava chi la guardava. Rappresentante della
madre terribile, fu uccisa dall’eroe giovane Pèrseo, simbolo del nuovo ordine patriarcale.

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